Obblighi di raccolta e trattamento delle acque reflue urbane: nuovo deferimento dell’Italia da parte della Commissione UE

Oltre 600 agglomerati non conformi distribuiti in 16 regioni. Il mancato adeguamento rischierebbe di comportare nuove sanzioni e penalità che si aggiungerebbero a quelle già comminate a maggio 2018.

La Commissione europea, lo scorso 7 marzo, ha deferito l'Italia alla Corte di giustizia dell'UE in due distinte cause in materia di legislazione ambientale, una delle quali interessa direttamente il settore idrico.

Secondo la Commissione, l'Italia non garantirebbe, in numerosi agglomerati con più di 2.000 abitanti, la disponibilità di reti fognarie per le acque reflue urbane né il trattamento adeguato prima dello scarico, con conseguente violazione della direttiva 91/271/CEE del Consiglio. Più precisamente, le violazioni riguardano 620 agglomerati distribuiti in 16 regioni: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria, Valle d'Aosta e Veneto.

Tale deferimento è disposto ai sensi dell'art. 258 e ss. del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. L’Italia è già stata costituita in mora con parere motivato, avendo ricevuto la richiesta formale di conformarsi al diritto dell’Unione. Se l’Italia non comunica o adotta le misure che attuano le disposizioni della direttiva in oggetto in tempo utile, la Commissione può chiedere alla Corte di imporre sanzioni.

Le eventuali sanzioni si aggiungerebbero, almeno per quanto riguarda l’inquinamento delle acque, a quelle già comminate con Sentenza CGUE del 31 maggio 2018, con la quale l’Italia era già stata condannata per non aver ottemperato a quanto disposto da una Sentenza del 19 luglio 2012, a sua volta conseguente ad un deferimento della Commissione analogo a quello del 7 marzo scorso. In seguito alla sentenza di maggio 2018, l’Italia è stata sottoposta al pagamento di una sanzione pari a 25 milioni di euro, alla quale si aggiunge una penalità di oltre 30 milioni di euro per ciascun semestre di ritardo nell’adeguamento alla citata direttiva.

Il rischio è, dunque, di subire sanzione analoga in caso di avvio della procedura di infrazione e successiva condanna.

 

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